Martedì 19 marzo nella Concattedrale di S. Andrea, a Subiaco, le sorelle Andra e Tatiana Bucci, di origine ebraica, superstiti dell’Olocausto, testimoni attive della Shoah italiana e autrici di memorie sulla loro esperienza a Auschwitz, hanno incontrato gli abitanti del posto e più di 400 alunni delle scuole medie e superiori. Il loro arrivo è stato accompagnato da un lunghissimo applauso ed accolto con un caloroso ringraziamento da parte del sindaco Pelliccia e della dirigente scolastica Sebastiani.
Attraverso un colloquio intenso con il giornalista Daniele Rocchi, le sorelle hanno ripercorso la loro storia dalla deportazione e vita nel campo, fino alla liberazione e al ricongiungimento con i genitori. Secondo le stime dei ricercatori del Museo di Auschwitz, vennero deportati nel campo di Auschwitz-Birkenau almeno 230.000 bambini ebrei provenienti da tutti i paesi dell’Europa occupata. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni deportati a Auschwitz, ne sopravvissero solo 25. Andra e Tatiana erano tra questi. Probabilmente scambiate per gemelle non furono immediatamente mandate alle camere a gas perché ritenute interessanti per gli esperimenti medici condotti dal dottor Joseph Mengele. Questa ed altre piccole e fortunate circostanze hanno contribuito a tenerle in vita, come la scatola di biscotti che una SS gli regalò o qualche maglione di lana caldo che la blockova, una addetta alla sorveglianza della baracca dei bambini e delle donne, della quale le sorelle non ricordano il nome, aveva preso per loro. Gesti inaspettati, e inspiegabili tuttora, hanno commentato. Di certo l’essere insieme, una la famiglia dell’altra, le ha aiutate più di tutto. E insieme portano oggi la loro memoria tra la gente, per i giovani, perché certe cose non si ripetano ma anche per «aprire cuore e mente, perché l’incontro è un arricchimento, perché bisogna saper distinguere cosa è il male e cosa il bene».
Alla domanda, perché far del male, uccidere dei bambini (che paura possono fare i bambini?), loro hanno risposto così, usando il presente: «perché uccidono il futuro che è nei bambini».
Torna in mente la scena finale, tanto criticata (anche come falso storico), del film di Benigni La vita è bella, in cui il piccolo Giosuè esce dalla cabina in cui era stato nascosto ed è salvato da un soldato americano che lo fa salire sul suo carro armato gridando «Abbiamo vinto!». Senza entrare nel merito della polemica, ci può stare che gli occhi di un bambino vedano altro. Il giorno della liberazione, ha raccontato Tatiana, i soldati russi hanno offerto quello che avevano nei loro camion, ossia del salame. Per lei bambina, la libertà che arrivava con quel camion non è associata al soldato che lo guidava, né al soldato che gli dava la fetta di salame ma proprio alla fetta di salame che le avevano tagliato. La libertà, cioè, può essere una fetta di salame.