Tra le possibili classificazioni del lavoro una delle più ovvie è che esso può essere autonomo o dipendente.
Ovviamente più lavoratori riusciamo ad occupare nel lavoro autonomo e meno gente si accalcherà nelle file degli aspiranti al lavoro dipendente sia esso pubblico, sia esso privato, sia esso volto alla produzione di beni sia esso volto alla produzione di servizi.
Non possiamo in questo breve scritto analizzare dettagliatamente la situazione del lavoro in Subiaco e nella Valle dell’Aniene però è del tutto evidente che qui sono pochissimi quelli che si procacciano la pagnotta lavorando in agricoltura (settore primario) e forse bastano le dita di una mano per contare le imprese agricole; anche dell’industria non è rimasto granché specialmente dopo la fine ingloriosa della Cartiera di Subiaco e del Laboratorio San Benedetto. La maggioranza di noi opera nel terziario (scuola, sanità, piccolo commercio, turismo) non senza difficoltà derivanti un po’ dalla precarietà delle situazioni, un po’ dai problemi connessi al pendolarismo e al crollo demografico.
In questo contesto, tracciato proprio a grandi linee, come si pone l’artigianato? Cioè quel lavoro che implica la capacità di produzione di beni con l’abilità delle proprie mani in un laboratorio-bottega di dimensioni più o meno ampie, qualche volte con l’impiego di qualche aiutante-dipendente. Storicamente Subiaco è stata madre i stuoli di artigiani (pensate a via degli Opifici e via discorrendo) fabbri, ramai, tessitori, marmisti, piattai, sarti, mugnai, pastai, falegnami, vetrai, fornai, calzolai, muratori, tipografi, ecc… in più quelli di servizio: barbieri, ciabattini, meccanici, idraulici, elettricisti, ecc… fino a qualche decennio fa erano veramente tanti quelli che vivevano di artigianato. Poi un lento e inesorabile declino, le cui cause sono sicuramente di carattere culturale e socio-economico ma anche strutturali e politiche.
La cultura del posto fisso e pulito (spesso parassitario) ha prelevato decine se non centinaia di artigiani dal territorio e solo rarissimamente il genitore ha trasmesso al figlio le proprie abilità e la propria attività che comunque per sopravvivere si sarebbe dovuta inesorabilmente adeguare ai nuovi tempi e mutamenti socio-economici e tecnologici.
Enormi in Subiaco sono state le responsabili politiche-amministrative (e qui mi prendo la mia quota) quando si ipotizzavano faraonici insediamenti produttivi (P.I.P.) lungo l’Aniene, rimasti lettera morta un po’ per incuria ed un po’ per impraticabilità giuridico-pratica non senza dispendio di denaro pubblico. Però va pure detto che c’era una certa effervescenza e ancora in molti reclamavano la “fabbrichetta”, il capannone per la propria attività o per svilupparla.
Erano gli anni ’80 e alla Rocca Abbaziale si allestivano ripetutamente mostre dell’artigianato, un po’ per favorirne lo sviluppo, un po’ per istruire pratiche di finanziamento, anche attraverso un adeguata informazione e assistenza legale e creditizia.
Dobbiamo ancora ripetere quanto ancora già osservato per il Parco dei Monti Simbruini: non è successo niente, o quasi, però non vogliamo buttare il bambino con l’acqua sporca. Il seme non è morto e forse ancora qualcosa si può salvare. Intanto distinguiamo l’artigianato produttivo da quello artistico.
Per l’artigianato produttivo è impensabile una riedizione dei P.I.P. (Piani Insediamenti Produttivi) ma andrebbero rilasciate concessioni secondo il bisogno e lo spirito di iniziativa. In altre parole autorizzare quei pochi capannoni necessari in deroga al PRG secondo la serietà e la logicità della proposta. Sicuramente in questo modo si faranno meno danni ambientali e si sgraverebbe il comune dalla realizzazione delle infrastrutture necessarie. Tale modo di procedere potrebbe svantaggiare i giovani che, pur animati da buone intenzioni e interessanti progetti sono sprovvisti di mezzi economici o garanzie per cui andrebbero realizzate delle strutture pubbliche da mettere a disposizione dei giovani imprenditori in un sito adeguato magari in consorzio anche con altri Comuni e, dunque, non necessariamente nel territorio comunale.
Per quanto riguarda l’artigianato di tipo artistico che costituisce la tendenza del momento, questo va messo in relazione a quello sviluppo turistico da tanto auspicato. In altre parole vanno incentivati con ogni mezzo quanti intendono dedicarsi alla lavorazione del ferro, dell’oro, del legno, del cuoio, del rame, della ceramica, ecc… per produrre quell’oggettistica rispondente ai bisogni del turista “piccolo e grande” e questo si può fare anche in spazi più ristretti e anche nel centro storico.