La prima volta che ho visto Craig, entrava in una stanza, ed ho pensato che aveva qualcosa di estrema-mente diverso da tutti noi lì dentro eppure familiare. Potrei dire che l’ho ‘riconosciuto’. Craig Peritz è americano di nascita, vive a Subiaco da qualche anno e ha un passato di attore con il Living Theatre. Io il Living Theatre l’ho studiato sui libri. È come se dicessi che un calciatore della nazionale di calcio brasiliana, per esempio, venisse a vivere a Subiaco e si allenasse a San Lorenzo, e decidesse di giocare, per gioco e per sport, con i ragazzi della Vis. Faccio due chiacchiere con lui e riporto il suo italiano/americano nell’intervista, perchè nulla della sua energia e bellezza vada perso.
Come in un fumetto: «che Diavolo ci fai a Subiaco, Craig?»
Beh, non c’é da stupirsi così tanto. Sto bene qui a Subiaco (un bel paese circondato dalla natura e con una storia affascinante). E poi, si arriva a Roma anche facilmente. Sono cresciuto a Seaford, Long Island, circa 45 minuti in treno da New York City. L’idea delle ‘suburb’ americano e la periferia italiana sono due cose estremamente diverse. Dove sono cresciuto io, la gente dava tutto e di più per viverci, invece di vivere in città, usa i mezzi per lavorare in città ma vuole vivere fuori città con un po’ di pace, la scuola migliore, una vita più sicura insomma. Qui, se stai fuori città, stai fuori il mondo. Meglio così, c’é più spazio per noi!
Raccontiamo cosa è stato l’esperimento Living Theatre.
Il Living Theatre é stato fondato da Judith Malina e Julian Beck in 1947. Lei era una figlia di un rabbino ebraico, fuggito dalla Germania prima della seconda guerra mondiale e lui, un figlio pure di migranti ebraici, ma una famiglia piuttosto benestante. Entrambi avevano una visione di un mondo senza guerra, povertà e ingiustizia di ogni genere. Ben presto hanno creato un gruppo teatrale che si autodefiniva anarchico-pacifista, cioè per i diritti dell’ individuo in primis, ma assolutamente contrario all’uso di violenza per qualsiasi scopo tranne difesa personale (alcuni membri sono pure contro questo!). Per non essere compromesso dal sistema capitalistico che stava invadendo totalmente il carattere degli Stati Uniti, cominciavano, nei primi anni ’60, di vivere come un vero tribù teatrale, sparso per il mondo, cercando di diffondere suo messaggio con un teatro sperimentale mai visto e anche cercando di aiutare persone di trovare loro propri voci con mezzi teatrali, nella speranza di migliorare loro vita e, a volte, anche per contrastare regime politiche oppressive. È un esperimento di convivenza, di una vita collettiva a base di affinità personale e sociale. Esiste ancora oggi. Il nucleo del gruppo sta a New York sotto la direzione artistica di Brad Burgess. Durante suoi 70 anni di attività ha lasciato suoi tracce in tutto il mondo.
La tua esperienza con il Living. La rifaresti?
Dico sempre: il Living é come la CIA degli pacifisti-anarchici, quando entri non esci più. E questo é vero per me. Mi considero sempre un membro del Living Theatre. Sono 10 anni che non faccio qualcosa con il gruppo proprio (Dusseldorf or Poznan, non mi ricordo) ma seguo tutti suoi iniziativi e se posso dare una mano sono sempre pronto. Mi ricordo come Judith, ogni volta che la vedevo prima che morisse, mi chiedeva «Stai ancora con noi?» Ancora oggi, dico «si». È un tribù ma più come una famiglia, legata dal fatto che vogliamo vedere un mondo senza guerra e, magari, dove ognuno è libero di esplorare suo proprio genio e dedicarsi alla bellezza in ogni sua forma – e perché no?
Abbiamo fatto del progresso assurdo nell’ultimo secolo, ma sempre bloccato dagli stessi limiti umani: odio, avidità, pregiudizio, vendetta. La speranza del Living rimane la stessa, e io rimango con loro. Chiaro che ci manca suoi grandi maestri ora – Judith, Julian, Hanon Reznikov, Stefan Schulberg, Johnson Anthony ma c’è un altra generazione e sono fortissimi.
Quali sono i tuoi lavori presenti, i progetti futuri…
Attualmente sto lavorando con la mia compagna Anita Tenerelli, e con Isaac Petrazzi e Ilaria Abate cerco di creare un nostra associazione culturale: The Turnabout, o in italiano Ribalta. Siamo anche preparando un altro spettacolo L’Orso di Anton Cechov per 12 e 14 luglio al interno della Rocca dei Borgia e siamo riproponendo il nostro spettacolo Voci di Famiglia di Harold Pinter. Poi, ho appena scritto un sceneggiatura qualche mesi fa per un lungometraggio e un altro per un corto, sempre con Alfonso Bergamo con cui ho una lunga collaborazione, sia come scritture, sia come attore e, anche come co-produttore ormai con Mario Paradiso Jr.
Siamo cercando anche di produrre una sceneggiatura scritto da Anita Tenerelli. Ma ci sono sempre la mia vita da stage, traduzioni, doppiaggi e attore. Ho fatto un giorno di riprese su una nuova serie per Sky che si chiama Devils – produzione molto interessante – sarà sul Netflix fra abbastanza breve.
Cosa diresti ai giovani che pensano che non si può cambiare nulla?
Ma state scherzando? Deve cambiare tanto e voi siete la nostra speranza! Alzate le voci, non avete paura, non ascoltate quando dicono che non capite nulla. Capite tantissimo e non siete corrotte – ancora! Non diventate corrotte, vi prego. Seguite quello che sentite nelle vostre cuore e non aver paura di soffrire un po’ – le cose facile di solito non valgono niente. Mi dispiace assai quando le persone dicono che le generazioni nuovi sono in qualche modo difettosi – se ci sono problemi è colpa nostra, non colpa loro. Dobbiamo dare tanto ascolto a questi giovani, sanno meglio di noi come il mondo deve cambiare – il cambio sono loro stessi e sono bellissimi. Proprio come noi eravamo, con tutto la nostra paura e insicurezza – potevamo immaginare un mondo meraviglioso finché qualcuno ci ha convinto che non era possibile. Credete, ragazzi! Se potete immaginarlo, è possibile.
Una domanda che mi sento di fare a tutte le associazioni e persone che fanno ed amano il teatro, qui nel territorio: a breve la riapertura del Narzio. Come immagini e cosa suggerisci per la gestione del nuovo Teatro?
Fantastica notizia. Ho sentito subito quando sono trasferito qui e mi ha fatto sentire che sono venuto proprio nel posto giusto. Credo che il Narzio dev’essere la vetrina di tutti e di nessuno. Un luogo che offre un spazio a tutte le realtà teatrale/culturale in zona e, in più, lavora tanto per dare spazio a sempre più realtà – deve cercare di coinvolgere la comunità intera in un discorso pubblico confezionato nel teatro stesso. Così facevano i Greci antichi, e così il teatro può continuare a servirci tutti. Credo sarebbe anche importante che il teatro riesce dopo un po’ di pagare per la sua propria vita, non può dipendere solo dai fondi statale, sarebbe una ricette per disastro. Purtroppo lo Stato dedica sempre meno alle attività culturale. Siamo noi che dobbiamo far vivere l’arte, anche economicamente, finché lo Stato si sveglia e capisce quanto importante la cultura è per una società sana.
In confidenza, sei di passaggio qui a Subiaco o conti di restare?
Non ho nessun intenzione al momento di andare via da qui. Sono appena tornato da cinque settimane negli Stati Uniti e non ero mai così felice di tornare a casa, cioè qui a Subiaco. Mi trovo bene qui. Certo promessi non faccio, ci sono anche certe cose in Italia al momento che mi fanno stare abbastanza male – razzismo e roba del genere, intolleranza, tanta rabbia – come nel paese mio, mi sembra che la gente ha so-lo bisogna di arrabbiarsi con qualcuno, ma, stranamente, scelga spesso le persone che davvero non c’entrano niente con la propria sofferenza. Ma Subiaco mi sembra un ottimo posto di lanciare un contro-offensiva – una di amore e bellezza. C’é tutto qui che serve e niente da perdere. Subiaco Way! Ecco mio slogan.