Ci sono luoghi in cui la fede si manifesta attraverso la via della semplicità, quella di uno grotta di origine naturale che sorge presso le sorgenti del Simbrivio, a 1337 metri di altitudine sui fianchi del Monte Autore. Si tratta del santuario della Trinità, il più alto del Lazio, perla incastonata nel comune di Vallepietra. La fondazione della Chiesa, stando alle ricostruzioni storiche, fu opera dell’ultimo signore di Vallepietra, Orazio Caetani e risalirebbe intorno al XVII secolo. La magia di quell’edificio però è tutta racchiusa in un affresco la cui datazione si perde nella notte dei tempi, collocabile probabilmente intorno  all’XI secolo, ben 1000 anni fa.

                                                

L’affresco è frutto di una tecnica particolare che prevede la presenza dell’intonaco con filamenti di paglia e fiori. Rappresenta proprio il dogma della Santissima Trinità con le Tre Persone sedute, ciascuna con un libro sulla mano sinistra mentre la destra benedice alla maniera greca. Hanno tutte la barba, aderendo così ai modelli dell’iconografia tradizionale per la rappresentazione di Cristo e sono incorniciate da un nimbo. “In tribus his Dominum personis credimus” questa l’espressione latina che compare al di sotto dell’affresco stesso e che significa “in queste tre persone crediamo il Signore”. Ed è proprio in questa semplicità in cui la fede sembra pulsare più forte, esattamente davanti a quest’affresco, che il 3 ottobre di 20 anni fa giunse un pellegrino inatteso, tutto vestito di bianco. Era un martedì quel 3 ottobre nel quale Papa Giovanni Paolo II decise di raggiungere proprio Vallepietra, proprio il santuario più alto del Lazio e scelse di farlo di fronte allo stupore generale.                                                                                     Si trattò infatti di una visita inaspettata che sorprese i pellegrini giunti in quella giornata autunnale.

Papa Woytila scelse di fermarsi a pregare proprio davanti a quell’icona trinitaria impressa sulla pietra: una preghiera intensa, vissuta ad occhi chiusi, con il volto tra le mani. Mi piace pensare che il Pontefice abbia scelto di affidare alla protezione trinitaria tutto il popolo cristiano: il 2000 infatti era l’anno del giubileo. Nella foto è ritratto mentre sta firmando il libro dei visitatori: la penna utilizzata è custodita come reliquia nel santuario.

                                                                       

Il santuario a partire da oggi, vivrà una due giorni ricca di appuntamenti per omaggiare questo ventennale, come potrete leggere nella locandina sottostante:

A raccontarmi aneddoti emozionanti della visita papale ma anche del culto della Santissima Trinità da parte della città di Subiaco, è Giuseppe Valentini, attuale segretario della confraternita sublacense. Si può dire che Pino, come gli piace essere chiamato, ne faccia parte sin dai primi vagiti. È suo padre Angelo (da tutti conosciuto come Violino) infatti ad iscriverlo nel 1961, quando aveva solo un anno. Il culto della Trinità infatti si lega a questo ente particolare che raccoglie non solo quei fedeli che annualmente partecipano al pellegrinaggio del sabato mattina, che da Subiaco li condurrà al santuario.

La confraternita ha una visione più ampia per i sublacensi, abbracciando così anche tutti coloro che attendono il rientro dei pellegrini la domenica sera.

Fino a circa 15 anni fa seguiva quello che potremmo definire un andamento patriarcale e maschile: potevano essere iscritti solo uomini da parte del padre. Ora invece sono ammesse anche le donne: gli attuali iscritti sono 45. Iscriversi alla confraternita non rappresentava solo far parte dell’organizzazione di questo culto molto sentito ma aveva uno scopo specifico: quello di diventare “festaroli” ossia custodi dei simboli di quel culto, la “sacra immagine” della Santissima Trinità, detta statuina ed il “fiore”. Entrambi in argento, sono uno la riproduzione dell’affresco sopra descritto e l’altro invece un piccolo mazzo di spighe di grano, roselline e stelline a ricordare la rosa mistica. Non a caso quella che oggi conosciamo come Confraternita della Santissima Trinità, era chiamata Società dei Festaroli della Santissima Trinità in Subiaco. Il papà di Pino e Pino stesso hanno conosciuto le emozioni celate nelle vesti dei Festaroli: il primo negli anni 70, il secondo nel 1999 come possiamo vedere in questa foto.

È un’intervista che profuma di pagine del passato che l’attaccamento alla tradizione familiare però non rende polverose ma luminose, proprio come gli occhi di Pino mentre mi racconta perdendosi nei suoi ricordi d’infanzia. È sempre lui a svelarmi come la nostra città abbia un legame speciale con questo culto, quello che nel corso dei decenni i concittadini hanno definito come “il privilegio di Subiaco”. Un privilegio che si manifesta in tanti ambiti. Se infatti le confraternite dei paesi vicini possiedono stendardi o statuine di altri santi, soltanto Subiaco ha la statuina della Santissima Trinità. Dietro questo unicum si cela quello che è conosciuto come “furto della statuetta”. Secondo alcuni racconti tradizionali il vescovo di Anagni era solito affidare ogni anno la suddetta statuetta ad un paese diverso, specificatamente a famiglie facoltose, per ricavare oboli e donazioni nel momento della restituzione. Quando questo affidamento toccò a Subiaco, la famiglia Tigliè si sarebbe rifiutata di restituirla e così il vescovo fu costretto a lasciare che i sublacensi la tenessero con loro. Ancora oggi infatti la statuetta non può uscire dai confini territoriali. Il privilegio di Subiaco vero e proprio però ha a che fare con il controllo del “rifugio” ossia di un piccolo edificio a due piani situato nei pressi dell’ingresso alla grotta del santuario.

Subiaco infatti è l’unica confraternita a possedere nel luogo del santuario un edificio in cui possa essere ospitata. La ragione sarebbe da ricercare nella donazione ad opera di un ingegnere di Vallepietra di origini sublacensi. Pino mi racconta poi come fino agli anni ’60 solo la nostra confraternita accedesse al Santuario nel giorno della festa al contrario ossia dall’uscita e non dall’ingresso del convento con la consueta salita delle scale. Insomma, tra Subiaco ed il culto della Santissima Trinità di Vallepietra nel corso dei decenni si è intessuto un legame speciale, che profuma di devozione, di rapporti tra padre e figlio, di una tradizione che speriamo non vada mai perduta.

È esattamente questa l’identità del nostro territorio di cui dobbiamo farci custodi affinché non vada persa mai. Mi sento fortunata a possederne una parte grazie ai racconti di Pino, in qualche modo anche io mi sento partecipe di quel privilegio di Subiaco grazie alle sue parole.