Sembrano profumare di santità quei luoghi sublacensi più incontaminati, a diretto contatto con la natura: in particolare le grotte e gli speroni di roccia si sono fatti dimora di quegli uomini e di quelle donne che son stati capaci di trovare se stessi porgendo l’orecchio all’ascolto di Dio, che proprio in quella nudità della natura si è manifestato.

Penso a San Benedetto, che in una grotta trascorse 30 anni di vita in solitudine, dando vita a quello Speco che sembra proprio spuntare dalla roccia. Ma penso anche alla giovane Chelidonia di cui oggi ricorre l’anniversario della scomparsa (13 ottobre 1152).

Pare che il suo nome originario fosse “Cleridona” come ci viene testimoniato dall’affresco del Conxulus presente proprio all’interno del Sacro Speco in cui è ritratta.

In seguito però le venne attribuito il nome Cheridonia, “rondine” come vuole l’origine greca, per via della vita vissuta, in qualche modo, in volo.

Aveva solo 15 anni infatti quando scelse di migrare da Cicoli, terra abruzzese dove era nata, verso Subiaco dove trascorse del tempo anche lei in una spelonca.

Ecco che allora la terra che si fa cava, che la grotta che nasce come da uno svuotamento, trova un’essenza di santità di cui riempirsi e farsi eco.

In realtà la roccia scelta dalla giovane era legata al culto pagano di Feronia, la dea della fecondità: in qualche modo allora quella roccia si è fatta grembo che dona vita, presenza di un culto femminile che ha intrecciato Feronia e Chelidonia dando alla luce un eremo che è lontano dalla vita cittadina e che per essere raggiunto richiede di percorrere un sentiero di montagna, fino ad arrivare a quel monastero che si erge come un nido nel verde di Vignola, piccola frazione di Subiaco.

Un culto di cui, con orgoglio e senso di forte appartenenza, si fanno custodi proprio quei cittadini di Vignola dedicandole ogni anno sentiti festeggiamenti.

Chelidonia trascorse in quel luogo certamente suggestivo, ma anche angusto per una fanciulla, quasi 60 anni in solitudine: la roccia fu il suo giaciglio, l’ululato dei lupi la sua musica, le offerte dei fedeli attratti dalla fama che ben presto la circondò, la sua sopravvivenza.

Questo viaggio eremitico vissuto alla ricerca e alla scoperta di sé, la condusse solo una volta a Roma; a conclusione di quel pellegrinaggio scelse la vita monacale, abbracciandone il velo proprio nel monastero di Santa Scolastica, prima comunità femminile dell’Occidente.

Tornò poi alla sua  spelonca dove morì nel 1152: in quell’occasione una luce si sollevò come una colonna da quella roccia che si era adattata al suo corpo, una luce che abbraccia anche la città dal 1695, anno in cui fu scelta come co-patrona insieme a San Benedetto. 

Le sue spoglie si fecero specchio della sua vita da rondine, migrando prima nel Monastero di Santa Scolastica, poi in quell’edificio religioso che attorno alla sua spelonca e in contemplazione della sua vita santa fu fatto erigere.

Infine trovarono la loro collocazione nuovamente nel monastero di Scolastica che si è fatto custode di una preziosa reliquia, il suo cuore.

Un cuore luminoso a cui i sublacensi potranno sempre tornare per sentire il respiro di Dio.